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It's allright Ma (I'm only bleeding)
CULTURA
20 ottobre 2009
Fenomenologia dei beluscones, ovvero trattato della scomparsa dell'intelletto

Tra una spadellata e l’altra di piatti prelibati in cucina al tempo di un eccellente ritmo punk dei gloriosi X (mica la paccottaglia melensa e fiacca che propinano i Green Day…) ho pensato alla fenomenologia dell’elettorato dei berluscones, cioè di quella parte di popolo che vede nel megalomane brianzolo ammalato di priapismo mentale il Salvatore della Nazione, il garante della Libertà (di evasione e sfruttamento, nda), il Don Vito Cuménda.
In effetti non si dovrebbe pensare ad argomenti tristi e penosi quando si dà voce all’arte della creazione culinaria e a pensarci bene, io che della Patria non so che farmene – soprattutto se governata da affaristi e mafiosi – e che prova un certo disgusto su ciò che è artificiosamente sacro e divino a scapito dell’intelletto umano, potrebbe inficiare l’esito della vocazione al buon sapore.
Tuttavia il buon umore dal buon gusto genera riflessioni, osservazioni, confronti, provocazioni e affermazioni su ” io non ho votato il Berlusca, ma allora chi l’ha votato”, al che sono arrivato a selezionare fondamentalmente due fenomenologie di tale elettorato.
Mi riferisco a chi votava Forza Italia, non l’ex partito di Fini o la Lega…per la Lega è semplice, la votano gli xenofobi qualunquisti con un quoziente intellettivo difficilmente riscontrabile e il fatto che cresca nelle consultazioni elettorali è il sintomo della mancanza di applicazione nell’esercizio dell’intelligenza e riflessione umana da parte di certo popolo italiano, pardon, padano. Nei laboratori quando un parametro chimico non si rileva, tecnicamente si riporta sul referto “non rilevabile”. Cioè ci sarà ma è ininfluente. Roma Ladrona, eh già…
Tornando ai berluscones e al successo che loro stessi decretano al loro Guru della propaganda fritta, mi viene da pensare se essi siano dotati di un minimo di obiettività e critica, quella che tutto sommato molti elettori di sinistra dimostrano di possedere nei confronti dei rispettivi “rappresentanti”.
Due fenomenologie di elettori dicevo. La prima quella delle “donne”, la seconda quella degli “imprenditori”. La prima che rivendica un’altra cittadinanza femminile, a quella storicamente in mano ai movimenti femministi di sinistra, una contrapposizione della donna d’assalto casalinga o imprenditrice a quella radical chic intellettuale, la rivincita e affermazione (di cosa?) della telespettatrice della televendita delle pentole e della fiction infinita. Naturalmente è un approssimazione per eccesso, ci saranno anche donne con il foulard e un libro sottomano che votano a destra e rampanti donne con borse Louis Vuitton che votano a sinistra. In quel caso è facile che abbiano un libro della Fallaci, gli ultimi intendo. Oriana Fallaci, la paladina dei sacri valori cristiani ( a parole).
L’altra categoria è quella degli imprenditori e qui non spendo molte parole, in fin dei conti l’imprenditore è un elettore “atipico”, quello che conta è che gli vengano fatte pagare poche tasse e che possa pagare ancora meno i dipendenti. Anche qui l’approssimazione è per eccesso, vi sono piccoli imprenditori che se non evadono non mangiano e altri che si mettono nei panni dei redditi fissi.
Ascoltando qua e là frammenti di interviste televisive, articoli di giornale e discussioni sui mezzi pubblici, sul lavoro, sui blog, mi rendo sempre più conto di quanto l’Italia sia un paesone provinciale rimasto (e mantenuto) ai tempi dei Comuni, un paese fazioso rimasto ai tempi dei guelfi e ghibellini dove la Tv commerciale (e da tempo anche quella “pubblica”) fatta di quiz culi e tette soffoca e scandisce il tempo delle persone. Mi fanno ridere i dibattiti sulle veline e i culi al vento. Ovvio che ci siano, i maschi fantasticano scopate succulente e le femmine invidiano e rincorrono quei modelli per cercare di celebrare il loro bisogno di successo. Considerato che i contenuti non ci sono (e che non devono esserci), ci si accontenta delle forme, ma solo di quelle estetiche…Oscar Wilde era un’esteta ma in forma letteraria.
Ma tornando al nostro Don Vito Cuménda, in un paese così geograficamente ed economicamente diverso e diviso dove la Mafia è la prima società per fatturato, ovvio che un personaggio di potere che si cala nel popolo ha successo e credito. Comportamenti che i moderni leader di sinistra (mi viene da ridere a scrivere sinistra) dal linguaggio intellettual radical chic concedono solo dai salotti e dal pozzetto della barca a vela. In fin dei conti il miglior alleato del Berlusca è il centrosinistra…
Quando lo vedo tra la folla mi sembra di vedere il Papa tra i fedeli ammalati di idolatria o i mafiosi papponi di Napoli e Palermo che un tempo distribuivano dal balcone un po’ di mancia tra i bisognosi facendosi baciare l’anello. Il successo del Berlusca al sud è benedetto dalla mentalità servile e clientelare radicata e imposta dalla Mafia. In Tv in meridione una donna ha detto che il Puttaniere Istituzionale ha firmato un assegno ad una donna che gli chiedeva aiuto, aggiungendo “dove lo trovi un altro leader che regala i soldi?”
Sembrerebbe un esempio limite ma il successo del Sultano di Arcore sta proprio nel suo atteggiamento paternalistico e mafioso, dell’uomo che può tutto e che se non riesce è per colpa degli altri . L’Italia è un paese per metà governato dalla Mafia e la Mafia fa affari con chiunque non le metta i bastoni tra le ruote. Ogni tanto cambia i vertici esattamente come nelle aziende con i presidenti e gli amministratori delegati.
Trovo sorprendente la totale cecità nell’elettorato dei berluscones. Se si crede alla verginità della Madonna, ovvio che si creda anche agli asini che volano.
E un bel paradiso fiscale vale più di un posto nel Paradiso celeste.
…e mischiare la politica e il denaro con la fede fa proprio schifo, ma a penarci bene non è in Sicilia che durante la processione della Madonna, la sacra vergine viene riempita di denaro?
Bleah, brutta roba la superstizione…
Due cosucce rovinano l’Italia…Mafia e Vaticano.




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29 settembre 2009
Pecore e pastori puttanieri

Il senso di nauseante insofferenza che provo ogni volta che intravedo in televisione quel caro megalomane romantico puttaniere del Presidente del Consiglio è niente rispetto al disgusto che mi prende alle mascelle quando il mio udito intercetta i liberi pensieri delle serpi servili con il cervello lavato in candeggina del Cavaliere stesso.

A parte i ministri farlocchi in gonnella reclutate dal bagaglino, dalla bussola e dal convento, ho scoperto che in Italia sono “spontaneamente” nati i circoli femminili di ”Silvio ci manchi” (al posto suo mi gratterei i coglioni) e “Per fortuna c’è Silvio”, iniziative di idolatria demenziale che ricordano la propaganda nazista e comunista sulla bontà dei regimi totalitari: Hitler e Stalin uomini così pieni di attenzioni verso il loro popolo, la loro terra.

Decine di donne praticare acqua gim cantando la canzonetta sul puttaniere. Pensavo fosse uno scherzo, che dopo la piscina e la doccia si sarebbe presentato una faccia da cazzo tipo agente di Tecnocasa per vendere la batteria di pentole alle atletiche signore e invece era tutto vero. Per forza vince il puttaniere, con un quoziente intellettivo di quel calibro in campo e una tale indipendenza di pensiero, solo con un invasione con i carri armati dalle Alpi potremo liberarci del telestregone casanova.

Per inciso, per fortuna al nano megalomane interessa non finire in galera, non bruciare gli ebrei nel caminetto.

 

Il tema della serata televisiva condotta dal signor Lerner era una sorta di psicodramma fasullo sull’antico connubio tra l’offerta e la richiesta, elementare equazione dell’economia di sempre, ovvero se c’è qualcuno che offre, qualcuno compra o se preferite se c’è qualcuno che paga qualcun’altra vende. Per la precisione il culo e anche l’anima, che in uno Stato che ospita il Papa dovrebbe valere qualcosa, anche se per come la penso io il Papa non c’entra un cazzo con l’anima. L’uomo di potere offre (ma non sempre) posti di potere, soldi, agganci, favori etc e certe donne vendono il culo e non solo. Il monda va avanti così da sempre (e a volte è vero anche il contrario) dove sta la novità o lo scandalo? Il mondo maschilista e monoteista è sempre stato così, purtroppo. Violento e contro le donne.

Quello che mi fa venire il disgusto sono le patetiche difese del puttaniere a prescindere da parte delle servili rampanti paladine pronte a difendere con le unghie e i denti l’onore (e la naturale esigenza) del Messia di Arcore. Mi viene da pensare che se una giovane donna è così asservita alla luce di tale puttaniere (ma ai suoi occhi un nonno pieno di simpatica poesia di un tempo andato verso il mondo femminile, altro che poeti finocchi come Hikmet o comunisti come Neruda) o è cresciuta in una famiglia di gerarchi militari anticomunisti o di alte cariche ecclesiastiche o in una famiglia di comunisti ortodossi con un padre incestuoso.

La cosa ridicola sono le esternazioni del puttaniere in doppio petto alla conferenza tenutasi con Zapatero: Lui non ha bisogno di pagare una donna per sedurla. Ma qualcuno possiede una fantasia così fervida da immaginare Lui che tira fuori il portafoglio e distribuisce la marchetta come si farebbe con una qualsiasi mignotta della strada? Scendiamo tutti a valle con la piena??

Il Presidente del Consiglio è un uomo come tutti, questo bisogna riconoscerlo (cioè che ha pulsioni, nel suo caso indotte sintetiche) e se ci scappa un’ingroppata con qualche zoccola in qualche festino a luci rosse in un Paese dove lo spirito d’impresa si sposa con la politica del salomonico “una mano lava l’altra” che c’è di nuovo? Anche “Re Carlo tornava dalla guerra, lo attende la sua terra…”

Prendendo in prestito l’alto e virtuoso esempio, per farmi dare il finanziamento dalla banca  per il mio locale metal rock presenterò al direttore della filiale un’amica ninfomane che all’occorrenza è anche un’ottima cuoca…funzionerà?

Dimenticavo un altro tratto caratteristico irritante in voga nelle maggioranze politiche: il proselitismo del suffragio universale, del plebiscito nella scelta: ovunque si può sentire bofonchiare che “gli italiani ci hanno votato”, “gli italiani vogliono che“, “gli italiani sono con noi”. In democrazia governa chi vince certo, ma una maggioranza non significa dittatura della stessa, non è un intero popolo o un pensiero comune luridi falsi bastardi. Io con fierezza non sono con voi e le vostre scelte da finti perbenisti puttanieri venduti alla causa delle lobby delle guerre e dello sfruttamento.


Ma tornando alla canzonetta del “Meno male che c’è Silvio”…meno male che c’è Lui…da quando c’è Lui infatti gli stipendi sono finalmente rendite, la disoccupazione un miraggio, la Mafia sconfitta, l’evasione fiscale un antica superstizione, le tasse una donazione volontaria, la burocrazia persecutoria un ricordo medioevale, i privilegi dei politici e il clientelismo impresa-politica un lontano ricordo, la sicurezza e l’istruzione nella scuola pubblica un diritto acquisito e mantenuto. La giustizia in tempi “civili” un segno di distinzione nel mondo, le università del sud Italia un fiore all’occhiello per preparazione e virtù nella spesa, gli investimenti nella ricerca un vanto mondiale.

 

Lecchini del Potere di qualunque natura politica, siete solo un gregge di pecore senza cervello e individualità, il vostro belare mentre godete è identico al vostro belare quando finite al macello.




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28 settembre 2009
Felide
 

Ho acceso lo stereo chinandomi sulle ginocchia selezionando la traccia n. 4 del cd dei Queens Of The Stone Age senza perdere di vista con la coda dell’occhio il movimento veloce delle sue gambe mentre si sfilava i jeans fasciati. E’ partita A song for the dead e con essa l’irrefrenabile libidine che restringe il campo di gioco che conosco fin troppo bene, un campo da corsa per cavalli con i paraocchi. Correre drogato come un animale che si abbandona all’istinto e così mi sono gettato tra il suo inguine umido. Lo potevo già vedere il mio uccello teso tra le sue guance senza nemmeno esserci baciati. Spingere la sua testa e stringere i suoi capelli verso le mie palle, batterle sulla fronte e sul naso il membro duro e divertirmi con lei. Nessuna forzatura, nessuna violenza, solo pura complicità amalgamata dalla musica e dall’odore della pelle. Dopo averla completamente spogliata e riempitomi la bocca delle sue mammelle dure ho scandagliato ogni angolo nascosto della sua bocca, morsicato la lingua, assaporato ogni papilla, violato il suo non più invalicabile forziere avvertendo quel movimento di chi si oppone cedendo al piacere.

Vi sono situazioni indotte e incontrollabili dove non esiste alcuna priorità e regola ma solo l’istinto condiviso senza proferire alcuna richiesta o parola dove il desiderio è fiume in piena che confluisce nella visione del proprio membro gonfio e violaceo impugnato nella mano destra, pronto a sondare e farsi cervello fascio di nervi all’interno di carne che non genera altra carne.

Una prima resistenza e primo mostrare i denti e poi con decisa prepotenza divenire privilegiato passaggio. Adoro avvertire quella sensazione di graduale conquista, millimetro per millimetro, sino a quando le sue carni si rassegnano e rilassano al mio incedere deciso, al mio cercare il massimo contatto, la massima elasticità.

Nessuna priorità, solo istinto disegnato in ciuffi neri sparsi sul cuscino e lenzuola serrate con delicate mani femminili e muscoli tesi.

Mi ha sempre fatto impazzire di desiderio il contrasto della dolcezza e raffinatezza tipica della femminilità con l’impulsività della passione e libidine incontrollabile.

Adoro le donne che adorano le sperma, che lo assaggiano, ingoiano, spalmano, odorano, ne cercano i sapori evidenti, la dispersione in un bicchiere di Martini bianco.




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8 luglio 2009
Dieci minuti

Il mio non è voyeurismo, è pura curiosità antropologica, oppure solo curiosità senza impulso emulativo mentre faccio bruciare il tabacco al vento e nei polmoni.
Vivo al settimo piano – o meglio dormo, mangio, stiro e scopo dal settimo piano, “vivere” presuppone anche amare – e quindi godo di una posizione strategica privilegiata, che detta così potrebbe sembrare terrazza vista mare, mentre è solo balcone vista mignotte, o meglio vista disperati.
Non lo dico con piglio moralista, ma da modesto conoscitore dell’animo umano, soprattutto maschile. Credo che compiuti i diciotto anni, perseverare ad andare con le prostitute sia da disperati. Una disperazione profonda che nemmeno sfiora gli animali bisognosi di spargere il seme e la specie. Una disperazione da maschio tracotante che compra ciò che pensa di non poter guadagnare col sentimento o l’arma della seduzione, la simpatia, l’arte del paraculismo. Una disperazione di uomo che accetta il ricatto del bisogno senza la mediazione del confronto. Una disperazione che sa di naufragio e quando sopravviene il naufragio significa che ti sei messo in mare senza carte e senz’anima.

Bastano dieci minuti a sera per fare di un disperato un uomo? Un uomo, non parlo di Rambo. Dieci minuti è il tempo concesso dalla prostituta da strada per far uscire la gelatina appiccicosa del suo cliente. Deve far sentire dei Rambo scopare una donna che controlla l’orologio.
Ma una prostituta è anche una donna che non batte ma che sceglie i suoi partner in base al reddito, modesto parere naturalmente, il mondo è in vendita e questa fottuta economia si regola sul perverso meccanismo della domanda/offerta.

Dieci minuti. Accosta l’auto dolcemente al marciapiede, posso immaginare lo scambio di battute tra la giovane donna e l’uomo al volante. Lei gli fa segno con il braccio che si imboscheranno dall’altro lato della strada, se il prezzo è alla portata di lui, lei sale, pochi metri e le luci si spengono. Se il traffico è lieve puoi anche sentire lo scatto del sedile e poi nient’altro. Dieci minuti e le luci si riaccendono, l’auto scivola dolcemente sulla strada, si accende la freccia sinistra, svolta, un centinaio di metri e la giovane donna scivola sguaiata fuori dall’auto. L’auto con un moto di indifferenza riparte. Si aggiusta il perizoma spesso come lo spago per tagliare la polenta. Solo pochi minuti e un'altra auto la carica, solita pantomima, dieci minuti.

Se avessi la stessa debolezza mi costerebbe una fortuna ogni singola eiaculazione.
Ci sono anche auto-felini che girano intorno alla puttana-gazzella come moscerini intorno al lampione, bruciano idrocarburi col motore sotto sforzo in attesa che si liberi la preda prescelta.
Chissà che proveranno i vari mariti, fidanzati davanti alle rispettive mogli e compagne quando apriranno loro la porta di casa o quando si sdraieranno al fianco del loro letto. Forse nulla, forse mezzo senso di colpa, forse odio, forse equilibrio.
Ognuno è libero di andare con tutte le prostitute che vuole – fatte salve le dovute precauzioni igieniche che poi fa schifo comunque – ma quello che mi dà da pensare sono i giovani e non più giovanissimi così incapaci di stabilire un rapporto emotivo ed equilibrato con se stessi e con le donne.
Quand’ero più giovane la musica regolava la mia emotività e cercavo con timidezza e curiosità l’universo femminile, compreso quello mio. Nessuna prostituta da strada avrebbe potuto farmela scoprire, accarezzare.
Siamo sempre lì, se intendiamo il “femminile” come un buco dove spruzzare lo sperma, di evoluzione ne abbiamo fatta poco.




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musica
30 giugno 2009
Gods of Metal 28 giugno 2009

Passano gli anni e otto son lunghi….
Non è per fare il verso alla canzone di Celentano, ma gli anni passano veramente e son ben più di otto, riferiti alla passione per il metallo urlante. Precisamente da venticinque anni, e nemmeno una goccia di passione è andata persa.

Lo dico sempre, resto giovane grazie al rock e al metallo e a dirla tutta perché l’altare del matrimonio è sempre stato un miraggio. Lo diceva anche Oscar Wilde che il matrimonio è la tomba dei sentimenti e delle passioni. Non potrei mai vedermi in casa con le pantofole ai piedi e magari una donna che ti urla dal cesso “abbassa quel frastuono!” o che ti infligge la Pausini o Cesare Cremonini in auto mentre si va a fare la spesa per la settimana.
Nelle mie passate esperienze i gusti delle fanciulle che si sono accompagnate con me andavano da Vasco a Ligabue (trovatemi una donna alla quale non piaccia Vasco e le sue canzonette da semi ubriaco innamorato) ai cantautori comunisti, da Edith Piaf (non aveva 70 anni, giuro ma 28) alla canzone popolare napoletana, dal reggae (che mi fa diventare triste e autistico) a Baglioni. Insomma fatta eccezione per una fanciulla alla quale piaceva l’hard rock, tutto il resto mi ha fatto sempre piangere e naturalmente non basta la stessa musica per legare le persone.
Sarà anche per questo che ai grandi festival o concerti metal rock vado sempre con una compagnia maschile? A pensarci bene perché una donna non accompagnerebbe mai il suo compagno a un festival metal dicendo – vai pure coi tuoi amici di rutto libero a fare l’animale, io me ne vado con le amiche a fare shopping – mentre lui è obbligato ad andare a sentire i Pooh e Tiziano Ferro? Misteri imperscrutabili della coppia.

L’altra giorno a Monza durante il Gods of Metal di coppiette metal ne ho viste tante, carini tra loro, dividersi l’acqua e la pizzetta, farsi ombra a vicenda, prepararsi la canna, lui proteggere lei dal perimetro del pogo, da ragazzini brufolosi arrapati alla prima calza a rete che vedevano e ne ho viste davvero tante di calze a rete strappate su anfibi putrescenti.
Ho visto anche genitori rocker con bambini di 4/5 anni, genitori accompagnare ragazzini/e con la carogna dentro, credo addirittura nonni! Qualche residuato di Woodstock l’ho visto aggirarsi sul prato, capelli bianchi lunghi con cappello da cow boy.
Ma il mio mito resta uno della Crew dei Mastodon che avrà avuto 70 anni con barbone bianco e cappellino e salopette da meccanico texano, accordare la chitarra! Cazzo quella si che è vita! A pensarci bene, qui in Italia per quale fottuta band metal potresti far parte della loro crew? Al massimo puoi aiutarli a caricare gli strumenti sul camioncino e dargli le indicazioni per il primo benzinaio…
Tornando al concerto e ai suo interpreti, che dire se non che i Dream Theater sono sempre perfetti con i loro tempi dispari e quelle atmosfere prog da Emerson Lake & Palmer condite da un chitarrone distorto?
Sui Carcass (from Liverpool) non dico nulla perché mi viene inconcepibile pensare che possano esistere band senza il minimo talento creativo con liriche asfissianti cantate in screaming distorto…sicuramente si diverte di più chi va a pogare quel frastuono infernale cacofonico, almeno per sopravvivere non fanno caso all’assurdità della proposta “musicale”. Noia mortale, fastidio esistenziale. L’unico applauso me l’ha strappato gli insulti per i Motley Crue.
Sui Blind Guardian non dico nulla perché sono andato farmi un giro nel perimetro dello stadio, nonostante siano tecnicamente bravi mi annoiano subito come tutte le band teutoniche. Troppo meccanici e seri con quell’aria di chi sta sguainando la spada per sconfiggere Sauron…Durante il giro mi sono imbattuto in uno stand che vendeva articoli intimi, tipo mutande leopardata, manette e borsette da battona di tangenziale. Nello stand serviva una con le tettone finte e un triangolino coprire i capezzoli, sicuramente una pornostar di terza categoria conosciuta da pensionati e giovani militari. Peccato non era lì con me l’amico bauscia…le avrebbe detto subito cosa pensava delle sue attitudini…
Gli ubriaconi non mancano mai compresi quelli che si vomitano addosso e poi fanno rissa con il servizio di sicurezza e ogni vota che c’è un ubriacone molesto ha sempre l’accento veneto-friulano.
I Mastodon già visti in occasione del concerto con i Tool - sono belli tosti ma un po’ freddini, mi piacciono i loro tatuaggi e il cantato possente. Il batterista sembra suoni la batteria per i bambini ma tira giù invece un’energia da far sbriciolare una montagna!
Per la prima volta invece ho sentito i Tarja, band che prende il nome della ex cantante dei Night Wish, un angelo finnico che gorgheggiava liriche da opera. Bella voce ma dopo dieci minuti le palle mi penzolavano a terra. Mi aspettavo i soliti coretti da bettola romana invece sono arrivati molti applausi.

Il piatto forte secondo i miei gusti oltre ai Mastodon erano naturalmente i Dream Theater, i Down e gli Slipknot. I Down di Phil Anselmo mi hanno esaltato, un vero muro elettrico e granitico profumato di blues. I Down sono una via di mezzo tra gli ultimi Pantera e i Black Label Society di Zakk Wilde…ho sperato sino all’ultimo in un pezzo dei Pantera, magari Five minutes alone…sarebbe venuto giù lo stadio. Simpatico il siparietto tra Phil Anselmo e Fratello Metallo, il cappuccino divenuto ormai ospite fisso della kermesse. Il miscredente prima l’ha definito Holy Shit, poi l’ha abbracciato fraternamente. Meno fraterni gli insulti dal prato verso il cappuccino e onestamente nonostante sia un mangiapreti, li ho trovati fuori luogo. Potrei ancora capire se fosse venuto lì a fare la predica ma in fin dei conti quel giorno dovremmo essere davvero tutti fratelli…
Ma vengo al piatto prelibato - secondo i miei gusti – della giornata ovvero l’esibizione di qui pazzi mascherati dello stato dell’Iowa con il loro sound multi variegato che va dal rapcore all’hardcore con riff granitici e taglienti come motoseghe sino a sonorità più radiofoniche ma sempre dirette come un calcio sui denti. Le introduzioni dei loro concerti sono sempre uno spettacolo nello spettacolo e l’utilizzo di samples crea un substrato denso inquietante, come se venisse tradotta in musica i pensieri di qualche psicopatico con la camicia di forza.
L’esibizione è durata un’ora e mezza e la doppia cassa di Jordison ha frantumato il pubblico in delirio, memorabili le bestemmie e insulti di Corey e i colpi di mazza da baseball sui fusti metallici. Gli Slipknot fanno uno spettacolo della madonna, possono piacere o meno o come direbbe Pino Scotto sono una gran buffonata le loro maschere, ma cazzo l’energia e il muro di intolleranza esistenziale che buttano fuori è unica.

Sic – Disasterpiece – Sulfur – People= Shit - Psychosocial - Eyeless – Spit it out – Surfacing – Before I Forget – Left behind – The Blixter Exist e Memories la scaletta presentata. Accese le luci è partita Beat it di Michael Jackson, un modo simpatico di ricordarlo.

Non ero ancora presente allo stadio, per onor di cronaca al Gods hanno cantato anche i Cynic, i Napalm Death e gli Static X, i Saxon hanno dato forfait (per sopraggiunti motivi di età?)




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20 giugno 2009
armonie comunicative

In una fetta di mondo dove si passa il tempo a rincorrere l’inutile superficialità delle aspettative tossiche della società svenduta, è salvifico come una carezza tra i capelli far riposare gli occhi attraverso il mondo ovattato di una boccia di vetro che emana una luce fioca ma ricca di suggestioni.

Una boccia poggiata su un parquet di legno, intorno pareti bianche che la proteggono come un ventre materno. Se chiudi gli occhi puoi sentire la tensione della luce che lentamente aumenta di intensità andando a fondersi con una musica armoniosamente meccanica e calda. Musica per un esercito femminile con la divisa delle aspettative negate. Se apri gli occhi le puoi vedere quelle femmine immobili sul sacro legno. Femmine prima di tutto, poi esseri umani avvolti in convenzioni di tessuto e bilanciamento di colori, quindi divenire Donne. Sono belle le donne quando leggono, vorrei essere una sola riga della pagina del libro. Sono ancor più belle quando si muovono in uno spazio privo di barriere e percorsi prestabiliti dove gli spigoli interni sono smussati a volte pazientemente, a volte violentemente come un desiderio di strappo quindi di libertà di essere e di apparire.
Il corpo come espressione verbale che sostituisce e annulla le parole, le stesse che uso io per descrivere emozioni e intenzioni di emozioni.
Quattro Donne immobili poste in punti differenti dello spazio, quattro come i Punti Cardinali ma privi di un campo magnetico definito, capace di spostarsi e alterare la propria polarità.
Le ho guardate organicamente e lo spazio diveniva limbo e poi magma per ritornare calma piatta. Quattro Donne interpretare freddezza distacco dolcezza desiderio sogno negazione rincorsa abbandono rinascita, semplici parole per definire quanto può contenere un ventre femminile e una schiena nuda comunicare.

Se gli archetipi della femminilità sono la finalità della dolcezza e la forza della creazione mi rendo sempre più conto di quanto questo mondo ne abbia bisogno.




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28 aprile 2009
FPP

Da qualche giorno nella cassetta delle bollette e della pubblicità (qualcuno riceve ancora cartoline e lettere di carta e inchiostro?) ci trovo anche della carta igienica nemmeno buona per pulirsi il culo.
Mi riferisco naturalmente agli spot pubblicitari delle FPPForze Parassite Parlamentari.
Domani preparo un cartello da attaccare nel mio rettangolo di vetro dove gentilmente invito (altrimenti “se ti becco ti spezzo le braccine”) il “volantinatore” a gettare il suo articolo pubblicitario direttamente nella raccolta differenziata della carta a solo un metro di distanza dalla cassetta postale. Se la rappresentante babbiona del primo piano del condominio blatererà qualcosa, le ricorderò i 27°C di temperatura col quale boccheggio in inverno con il ricatto di non pagare la mia quota di riscaldamento invernale.
Ma tornando agli spot parlamentari in cassetta o su manifesto delle FPP, a proposito ma perché un cittadino dovrebbe vedere la faccia di un tizio brizzolato ogni metro quadro con in braccio un bambino? Ma chi cazzo sei per arrogarti il diritto di spendere così i soldi della collettività?
Perché un singolo partito deve monopolizzare e manipolare valori che sono spontaneamente condivisi da chiunque? Se guardasse le statistiche quel tizio brizzolato dovrebbe bacchettare i suoi accoliti, considerati gli adulteri, divorzi, abbandoni e molestie sui minori di cui si macchiano giornalmente. La formula dell’adozione di un valore, di un’appartenenza, di una presunta esclusività per fini diffamatori e autocelebrativi è parecchio bieca. Chi l’ha detto che prima di Gesù non c’era nulla? Gnurant…
Oppure slogan “E ora di fare qualcosa” oppure “La scelta giusta”...ma chi cazzo siete voi assenteisti paraculi nepotisti ai quali devo partecipare per garantire patrimoni e pensione a vita per le vostre prossime venti generazioni di figli, nipoti, amici e amici di famiglia…
Ho visto un manifesto di un’altra fazione delle FPP, dove un gruppo di persone spingevano fuori dal manifesto la parola “Povertà”. Con i loro lauti guadagni e privilegi la parola povertà resta un concetto effettivamente vago e lontano. Anche un tizio famoso con baffetti brizzolati è molto lontano dalla “Povertà” mentre la pronuncia conducendo la sua barchetta a vela. Naturalmente questi sono discorsi demagogici e comunisti, nel senso di Marx, mica di quelli che combatte Berlusconi, e quindi me ne scuso, parlare dell’evidenza oggi è banale, occorre giustificarla l’evidenza.

Già da bimbo mi suonava male sentire parlare di “combattere la povertà”. Pensavo, se in un sistema sociale c’è Tizio che guadagna 10000, Caio ne guadagna 100, Sempronio 20 e Pirlo (non nel senso del calciatore) 2, per forza che c’è la povertà se la vita ti costa 3. E’ giusto (e necessario) che Tizio guadagni 10000? Secondo Tizio sì e il meccanismo del sistema è tarato affinché da Caio in giù si rincorra Tizio. In uno Stato cosiddetto civile e giusto la povertà non dovrebbe esistere, ma visto che c’è è giustificata (da chi la crea) come un evento fisiologico quali i vermi dell’intestino, lasciata ai servizi sociali, ai volontari, alla carità di Dio, ma io che sono ateo non mi bevo le minestrine dogmatiche di comodo.
Non pisciarmi sulla schiena e dirmi che sta piovendo.




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5 febbraio 2009
Sono mare

Sono mare salato che lambisce i tuoi fianchi

Placido come un gatto che cerca rifugio tra anfratti accoglienti

Improvviso come un dolce rapace nell’affondare i miei denti tra il tuo piacere

Lasciati leccare come la colazione fredda di un felide

Muoviti lentamente in modo che il mio virgulto nervoso possa tirarti una smorfia al labbro per mostrarmi i denti

Ansima e avanza al tempo della mia spinta senza mordermi la mano

Asservita e devota girati e mostrami la lingua senza incrociare gli occhi.

Sono mare dolce che scivola dentro il tuo corpo.




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3 febbraio 2009
A dirla tutta...

Scrivere semi ubriaco con la compilation di Death Proof che ti scorre nelle vene è un’esperienza appagante per comprendere per larghi tratti l’atmosfera unica degli anni settanta. Li avrei voluti vivere gli anni settanta e a dirla tutta li ho vissuti, ma dalla prospettiva sbagliata, quella del biberon, delle ginocchia sbucciate e l’ovomaltina nel latte. Non mi piaceva l’ovomaltina ma forse non mi piaceva il latte, che già mi mettevano nel the durante il periodo controverso al college inglese. Di quegli anni settanta ho dei ricordi fulgidi, il disco dei Deep Purple Machine Head (che conservo meglio del sangue di San Gennaro) che ascoltavo come fosse quello dello zecchino d’oro, il primo giorno di scuola inglese accolto con simpatia in una classe di neri con la pettinatura dei Jackson Five e il primo giorno di scuola in Italia tra lacrime e maestre stronze della provincia di Arlecchino. La prima sega nel 1981, epoca che detesto. Odio gli anni ’80. I Duran Duran e i synth, le giacche corte con le spalline squadrate, i capelli cotonati, l’adolescenza più turbo che lenta. Salvo solo l’Italia campione del mondo in Spagna (quando mi sentivo italiano) Master of Puppets e Reign in Blood del quale traducevo i testi durante le lezioni di matematica. "Riccardo, cosa stai facendo ? Traduco... Come traduci? Eh traduco “Necrophobic”…Fuori! Domani accompagnato!", mio padre veniva a scuola e tra un morso e l’altro al panino con la mortadella ascoltava dispiaciuto il sermone dell’insegnante. Naturalmente degna di nota l’opera di Faber…

Dicevo dei Deep Purple, quando fai colazione pranzo merenda cacca e sogni con quell’ugola e ritmi di sottofondo sei segnato per sempre. Come diamine fai ad apprezzare musica e voci preconfezionate senza intravedere alcun talento? Oggi la malsana attitudine di Jonathan Davis e Corey Tylor mi eccitano.

Se negli anni settanta avessi avuto ventanni sarei stato un marinaio che veleggiava lontano dalla costa lontano dall’essere umano oppure un cospiratore per distruggerlo. Nei mie reali ventanni il primo viaggio ad Amsterdam, il primo ed unico accesso in un sex shop. Non so che potrei trovarci di interessante in un sex shop. Un porno? Una bambola? Preservativi al gusto di sottobosco siberiano? Passere finte lubrificate? Uccelli tricorni? Divaricatori anali? Una frusta?

Se ci pensate bene quei parassiti vendono l’inutile e se lo fanno pagare bene. Speculano su frustrazioni debolezze manie ma del resto succede anche in pub o in uno stadio o in una concessionaria d’auto. Se devo rompere il culo a una donna lo faccio senza attrezzi o violenze assortite e mi scelgo un culo vero.

Al porto di Rotterdam invece la prima esperienza di idiozia umana che poteva costarmi la pelle…indossare la maglia di un club inglese in un porto olandese può essere assai pericoloso…io cresco col calcio inglese, ancora oggi non riesco a tifare contro. Da bambino a soldatini vincevano sempre le giubbe rosse contro quelle blu dell’esercito dei coloni. Oggi invece faccio sempre e comunque tifo per gli indiani, il calcio è solo una questione sentimentale di bassa importanza. Chi ne fa una religione crede in un Dio asservito da porci grufolanti con scarso senso di appartenenza all’Intellighenzia Umana. Sarà per questo che non vado mai allo stadio. In un tempio spirituale non dovrebbero girare i quattrini e gli stolti.

Naturalmente degli anni settanta avrei voluto vivere con limpido entusiasmo il profumo e la speranza di un’umanità meno avida, progressista e giusta. Giusta, a pensarci bene idea lontana anni luce dai sistemi di governo delle macro società umane.
Ormai degli anni ’70 sono rimasti solo gli Ac/Dc,che a dirla tutta sono la controfigura di quello che erano veramente. Controfigure, il tempo passa e restano solo le figure, di merda, quando lo si sfida.
Se negli anni ’70 avessi avuto ventanni oggi ne avrei 60. O ero affondato al largo o su un isolotto a godermi qualche bella indigena o ero espatriato all’estero.
Gli ammutinati del Bounty sono stati i precursori easy dei disobbedienti.




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23 gennaio 2009
giovani mantidi

Sul vagone treno che mi riportava a casa da Genova mi ha fatto compagnia lo sguardo svagato civettuolo divertito assonnato malizioso di una ragazza che poteva al massimo avere ventanni. Ciondolava con la testa e il pensiero tra un’amica e l’altra dello scompartimento aperto elargendo sorrisi e domande tra una sistemata e l’altra dei capelli lunghi castano chiari lisci e aggiustandosi un cinturone elastico per mantenere intatto il suo look e coprire il generoso perizoma rosa che vedevo sbucare dai pantaloni fasciati color oro.
Mi colpiva il taglio degli occhi verdi brillanti e il naso che si arricciava quando sorrideva. Ciglia lunghe - più delle mie - labbra disegnate perfettamente tra due impercettibili fossette e lo sguardo, sguardo da giovane Mantide che gioca a interpretare Ofelia, ma io non sono Leopardi. Consapevole di una bellezza e grazia matura brillava di una luce vellutata tra il grigiore e la lentezza del treno immerso nella foschia.
Ho incontrato il suo sguardo ogni volta che alzavo il mio dal libro che leggevo ma non leggevo. Un gioco di reciproca seduzione, conferme e riconferme di vanità, di micro appagamento temporaneo.
Non sono solito fissare o rimanere incantato ma devo averlo fatto per diversi secondi, che se si possiede un animo timido sono un’eternità, un altro gioco a chi resiste più a lungo. E’ scappato ad entrambi un piccolo sorriso di nervosismo o di imbarazzo o di simpatia.

Oltre a delle amiche era in compagnia di un paio di coetanei che non nascondevano intenzioni e simpatie accentuate nei suoi riguardi. Avrei voluto possedere la bacchetta magica per impietrirli o farli sparire come cenere ma in fin dei conti non ce n’era bisogno poiché quella fata raramente riusciva a degnarli di attenzioni per più di pochi istanti, e la mia simil gelosia si placava.
Più di una volta ho avuto l’impulso di staccare il basso martello pneumatico e la voce possente dei Korn sparata nel cervello, alzarmi e sedermi davanti a lei. Far alzare una delle sue amiche chiedendole gentilmente di andare a raccontare la storia del rossetto che non sbava a un’altra oca – perché lei è non ha un filo di trucco, stronza.
Forse avrei fatto parlare i miei occhi dentro i suoi. Mi sarei fatto leggere e spogliare. Dentro avrebbe potuto nuotare tra l’istinto di baciarle le labbra, quelle labbra carnose rosate da mordicchiare.

Avrebbe potuto vedersi riflessa in uno specchio e sopportare i miei colpi ostinati durante la presa sui fianchi. Godere del suo volto accaldato, delle dita della mia mano nella sua bocca, del fiotto del mio nettare sulla sua fronte.
Invece ho ricominciato a leggere il libro La polvere del Messico senza più rialzare lo sguardo.
Giunti in stazione appena preso terra a braccetto di un’amica si è girata verso di me che scendevo gli scalini, non ha sorriso. Ho sistemato gli auricolari del lettore mp3, è partita When Will This End, pochi secondi e la sua figura era già sparita tra la folla della banchina.
In metropolitana ho ripensato a quello sguardo, ho saltato la fermata.
Tornando indietro ho pensato che non sarò Leopardi, ma un Anomino Pirla sicuramente.
(o un coscienzioso timido?)




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22 gennaio 2009
una giornata con Faber e i carrugi
Mi ha emozionato come un bambino visitare la mostra su Fabrizio De André presso il Palazzo Ducale di Genova. Come un bambino al Luna Park investito da sentimenti che anticipano la gioia e poi la malinconia al momento di lasciarsi alle spalle luci colori e le giostre.
Il leggio la sedia e la sua giacca sistemati su una piccola pedana appena si entra ti colpiscono come un colpo basso. Non mi aspettavo di trovarmi di fronte un pezzo di Fabrizio così intimo, più di una sua canzone o foto o chitarra. La giacca, soprattutto la giacca consumata.

Il resto dell’allestimento è una piacevole mescolanza di malinconia e tecnologia, un progetto multimediale niente affatto freddo, forse anche per la sua voce calda presente ovunque.

Una cosa ho trovato fuori luogo, una A cerchiata appesa vicino a uno schermo. De André era un anarchico vero senza etichette o loghi aggiunti.

Uscito dall’ambiente nero e caldo mi sono rituffato tra le vie di Genova, una città che amo in modo viscerale con i suoi carrugi botteghe e gente disperata e strampalata e l’odore del mare e del porto che ti insegue e abbraccia.
Ritornare a casa è stata davvero dura. Il nonno marinaio mi tira sempre per la coda.




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15 gennaio 2009
Non ci sono più gli uomini di una volta

Non ci sono più gli uomini di una volta.
Mi capita di sentirlo sempre più stesso questo ossimoro. In questa civiltà occidentale, of course, ed io vivo in occidente, non nello Yemen.
Ossimoro perché è evidente che “una volta” significa “un tempo”, significa archetipi passati trascorsi, che si annullano inevitabilmente con i tempi moderni.
Senza nulla togliere alle singole responsabilità soggettive il problema nasce dal fatto che non esistono più le donne di una volta.
Evviva la par condicio. Hanno cambiato le donne, si  sono trasformate in “linee di business”. Tecnologia, modelli mediatici, mercato del lavoro penalizzante e surrogati di pseudo emancipazione della donna hanno prodotto una società dove l’uomo di una volta è superato.
Il cibo lo trovi anche congelato al supermercato, il bisogno di figli come forza lavoro è arcaico e comunque posticipato alla realizzazione della carriera o subordinato ad un egocentrismo schiavo dell’immagine e della chimera dell’immortalità. La donna moderna schiava del lifting, oltre che da una deprecabile attitudine violenta di certa tipologia di uomini “dotati” di cervello semi primitivo.
Non si può paragonare la società odierna a quella del dopo guerra per quante “epoche “ distanti solo poco più di cinquant’anni.

Tornando un po’ più indietro, ai tempi di Cristo la donna faceva la mamma o la mignotta a tempo pieno, oggi c’è più scelta: la mamma part time o la single alla ricerca del Principe Azzurro saltando da petalo in petalo o la mignotta full time o su appuntamento. Sì, la crisi economica, la necessità di emancipazione e di corsa ai saldi hanno fatto diventare quello della mignotta l’attività più redditizia degli ultimi millenni tra studentesse alle prese col caro libri e la poca voglia di studiare . Se si è di bocca buona, soldi facili per chi non si accontenta dei tarocchi cinesi o della paghetta settimanale.

Il business non conosce frontiere o tabù e da tempo anche i bambini sono divenuti un ottimo investimento in termini di marketing. Tutto il mondo è in vendita, omogeneizzati, borsette e culi compresi. Naturalmente e per fortuna c’è chi si applica ad attitudini differenti, tuttavia è difficile non pensare alla confusione del genere maschile spinto da pulsioni primitive e ricerche di materna femminilità.
Se si è dotati di sufficiente spirito di osservazione e di scrupolo si riesce a far chiarezza nel marasma (i buddisti direbbero Samsara) generalizzato, in caso contrario cosa può pensare un uomo di fronte a tanta aggressività e spregiudicatezza sessuale femminile? Me le ingroppo tutte. Stop. E in parecchi casi ci vedono pure bene. Me compreso, in attesa della Luce dell’Amore (nella speranza non si chiami Godot)
Naturalmente in taluni casi le donne avrebbero ragione di fronte a uomini egoisti e violenti. Tempo condizionale poiché certi elementi maschili divengono veri e propri terreni di conquista, di questioni di principio che poco hanno a che fare con scelte sentimentali, a parte quelle sado-masomorbose.
Se un uomo ti scopa e non si fa sentire non è perché è timido o indeciso. La risposta è un’altra. Se un uomo che ti scopa e snobba diventa geloso non lo diventa perché ha ricevuto una folgorazione. La risposta spesso è un’altra, ma talvolta certe ingenuità è quasi indelicato trafiggerle. Come cazzo te lo devi ficcare in testa? L’amore è un’altra cosa...che cazzo di educazione sentimentale hai ricevuto? Che cazzo leggi a fare Shakespeare? Goditi allora l’orgasmo e non recriminare. Eppure l’uomo è lineare.
Se hai lo sguardo, l’atteggiamento e la spregiudicatezza sessuale di una mantide e poi non arriva un sms il giorno dopo, la risposta è un’altra. Ma la risposta di una donna spesso è sempre la stessa… non ci sono più gli uomini di una volta. Non hanno le palle.
Ce l'avete fatte cadere.




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7 gennaio 2009
prendimi sul tavolo

Abbiamo deciso di cenare alla Gaia Scienza tra una sferzata di vento gelido e lo sputacchiare delle marmitte. Abbiamo parlato di noi, di musica, ideali, del mare con la consueta energia mista alla sensualità dei movimenti delle rispettive mani. Dopo la cena a luci basse su piccoli tavoli di legno scuro e una bottiglia di Nebbiolo, indovinando i rispettivi desideri nel gioco d’ombra creati dalla candela ci siamo diretti con passo veloce verso la sua auto rossa.
Il calore del vino in circolo anticipava la sensazione piacevole del prosieguo della serata non del tutto scontata, ma appena dentro l’abitacolo gelido P si è buttata su di me cercando la mia lingua. Il lievissimo odore alcolico mi ha ulteriormente eccitato e fatto dire sfiorando il suo naso col mio, “andiamo da me ?”. Invece staccandosi di colpo e mettendo in moto ha risposto “no, da me”.
Senza quasi guardare se la strada era libera o meno è schizzata fuori dal parcheggio in direzione della collina. Prima di arrivare a destinazione le ho fatto cenno di accostare a destra per comprare dei preservativi in un distributore automatico, tornando verso l’auto P fumava una sigaretta lasciando uno spiffero aperto per far passare il fumo, lo sguardo fisso su di me, gli orecchini perfettamente incastonati come gemme tra gli occhi azzurri e i capelli biondi fini come seta . In auto mi ha baciato ancora sussurrandomi nell’orecchio una porcheria.

Gli incontri con P sono sempre intensi, anche quando non si finisce a scambiarci calore sotto le lenzuola. C’è un’intensità di sguardi e intenzioni, un pacato accanimento nell’esigenza di spiegare, raccontarsi. Ci ascoltiamo sorseggiando vino rosso e scopando con gli occhi. Lo vedo quando ha voglia di sentirmi entrare nel corpo, c’è una luce vampiro negli occhi e nel modo di inclinare il collo per darsi un atteggiamento snob provocante.
Usciti dall’auto dietro la portiera ancora aperta tra il fiato caldo condensato e la linea perfetta dei suoi capelli mi ha detto di prenderla subito sul tavolo, al buio.
Il tempo di sentire il tlac della porta e buttato il cappotto sul divano la mia lingua roteava sul suo collo lungo. E’ intrigante spogliarsi velocemente uno davanti l’altro mangiandosi con gli occhi, assaporare la pietanza che vedi arrivare fumante sul piatto.

Ricordo ancora con divertimento quella volta che successe sull’ascensore con una fidanzata milanese. L’indomani mattina trovammo gli occhiali da sole una maglia e il giubbotto jeans sullo zerbino.

Ricordo l’intensità e profondità dei colpi, ma anche la dolcezza delle mani che si stringevano, la sua bocca spalancata e gli occhi vampiro fagocitarmi tra la sua carne. Nessuno dei quattro angoli dell’appartamento fu trascurato, i lividi sulle sue natiche. Il silenzio della prima collina torinese riempito dai gemiti. Ancora nuda prepararmi il caffè la mattina,quei capezzoli sempre dritti.
Mi piace come mi prendi perché sei un porco.




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30 dicembre 2008
pensieri sparsi

Calcio: che noia la falsa modestia e ipocrisia della dirigenza della Juventus FC (la Giuve in slang periferico-sabaudo) quando asserisce che per essere una “neopromossa” sta facendo un campionato da miracolo. A pensarci bene a parte lo zingaro svedese, gli altri fuggiaschi erano già belli che bolliti e venduti a buon prezzo…gli altri rimasti sono solo campioni del mondo o nazionali under 21 o ex palloni d’oro…roba da miracolo…
Domande senza risposta: come cazzo è che tutti i gay che conosco sono semi rasati con la barba di due giorni il foulard al collo le mani molli le chiappe piatte e l’occhiata languida? Sarà mica una moda pure quella?
Altri sbarchi: per risolvere o dare un giro di vita alla Mafia S.p.A che mal amministra la Sicilia (e non solo) e l’immigrazione dei disperati del gommone propongo di annettere la stessa alla Tunisia o alla Libia. Si giustificherebbe così la guerra dell’Italia contro la Sicilia stessa e la legittima insurrezione di chi non ha niente a che spartire con Don Fefé e Don Cacà e i relitti che oggi portano i poveracci diverrebbero comode imbarcazioni da diporto di vacanzieri in gita di piacere. Per Napoli, in attesa di una vera insurrezione popolare contro i Don Gennaro c’è sempre O’ Vesuvio…un nuovo sbarco dei Mille!
Telegiornalai: ho notato che le televisioni del Cavaliere (per chi non lo sapesse, il mezz’uomo che non conosce vergogna e smentisce tutti i giorni se stesso) per non contraddire l’ottimismo dilagante del loro Premier Padrone ed obbedire agli ordini di Scuderia, da tempo raccontano di veri italiani ottimisti, che vanno in Crociera, che scelgono agriturismi tipici, di gente che va per strada e fa shopping e che consiglia come vestirsi per il veglione di fine anno…nemmeno Orwell arrivò a tanto.
Belpaese: l’Italia sarebbe anche un buon paese dove vivere se non ci fosse la Mafia che fa grassi affari con chi governa, una pubblica amministrazione indecente e persecutoria che manco il feudalesimo sarebbe stato capace di inventarsi, metà del Popolo pensare di diventare un dì come il nano mafioso in doppiopetto e l’altra metà attendere Godot e ricchi commercialisti consigliare ricchi clienti su come fregare il fisco.
Rimedi per colleghi maleodoranti: chissà come si costruiscono delle mutande sottovuoto che trattengono e isolano i fluidi prodotti dal culo; ma anche scarpe antiacido - sottovuoto che comprimono gli effluvi acidi prodotti. Per la bocca invece WC Net dovrebbe brevettare quelli per l’igiene orale umana…anziché le pastiglie per il cesso quelle per l’uomo, naturalmente provviste di dispenser che rilascia gradualmente il principio attivo con la produzione della saliva.
Canguri bolliti: li ho amati, mi hanno cresciuto e li “amo per stima per quello che hanno fatto” ma basta “nuovi” album per pietà…fate solo concerti, repertorio dal 1974 al 1983 (mi riferisco a quei canguroni degli AC/DC)
Sprechi statistici : Chissà quanti soldi sono stati iper-bruciati per stilare la classifica dei comuni italiani dove la qualità della vita è migliore. Chi l’avrebbe detto che ad Aosta e Bolzano e Belluno si vive meglio che a Caltanissetta e Cosenza. Dalla classifica si evince che l’Italia è spaccata a metà (che è già qualcosa se si pensa che un tempo era una terra a macchia di leopardo). Già mi immagino fior fior di società di ricerca e statistiche ed enti regionali con acronimi impronunciabili sguinzagliare davanti i terminali mandrie di esperti attoniti nell’apprendere che in Sicilia non hanno l’acqua e che i migliori ospedali sono quelli privati. Ma per giustificare anni di spesa e dura ricerca hanno comunicato con allarme che Roma e Milano non sono più nella TopTen. Io a Milano non vivrei manco seppellito e a Roma sai quando esci ma non sai quando torni a casa. A Roma o vivi di salotti e passi il tempo a diventare il leccapiedi (o cazzi) di qualcuno oppure stai nei casermoni in periferia o nel tuo cantuccio a bere Frascati al baretto dello sport e a sfottere i laziali. Oppure in alternativa, in coda in auto.
Donne e sindrome del Casanova: chissà quale meccanismo psicobiologico deve scattare nelle donne per poter riconoscere in un uomo solo intenzioni scoperecce. Quello che mi dispiace è che ci rimangono sempre male se nutrivano delle aspettative sentimentali. Non parlo di me, io sono diretto ma raffinatamente onesto. Non c’è bisogno di mettere le mani avanti e nemmeno essere subdolamente romantici per scambiarsi calore con una donna che ci sta.
Tutto fa brodo: è incredibile constatare come in Italia il sindacato dei lavoratori (storicamente laico e un tempo dei lavoratori) o le testate giornalistiche di “sinistra” riescano a strumentalizzare per propri fini propagandistici le esternazioni del sommo Papa. Tutto fa brodo e fa consenso.
Ghiacci Santi: dopo il Vaticano, propongo anche il trasferimento dello stato di Israele nelle terre desolate della Groenlandia (chiedendo cortesemente prima il parere degli animali)
Made in Italy : se significa spostare fabbriche in Albania o Cina o Frittole per sotto-sottopagare i lavoratori, fottere leggi sulla Sicurezza e sull’Ambiente e non aver pseudo sindacati tra le palle e rivendere in Italia a un prezzo dieci volte superiore, dico NO GRAZIE, vergognati la faccia imprenditore sfruttatore colonialista di MERDA. I patti e accordi diplomatici tra nazioni sono questi. Se tu investi qua io ti permetto di pagare quattro soldi i nostri lavoratori. Augh.
Buoni propositi: per l’anno 2009 mi propongo di divenire papà




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18 dicembre 2008
back

Il film Oliver Twist sceneggiato dal romanzo di Charles Dickens trasmesso ieri sera in televisione mi ha dolcemente catapultato indietro ai tempi del college inglese. Correva l’anno 1974 e il governo laburista di sua maestà provvedeva alla colazione dei propri pargoli. Mezzo litro di latte fresco in bottiglia recapitato ogni mattina sull’uscio di casa per ogni fanciullo residente sulla terra dell’Impero dei signori della guerra.

Durante gli anni dei pantaloni a zampa di elefante e degli ideali ancora ritenuti la possibilità di riscatto non c’erano più bambini  dell’orfanotrofio figli di prostitute e alcoliste e delinquenti buttati al macello ma c’erano ancora le case costruite con mattoncini e stipiti in legno bianco e l’uscio verde scuro. E prati di un verde accecante. Se soffermate per un attimo lo sguardo sui prati delle isole britanniche potrete notare la differenza di verde rispetto a quello mediterraneo. E’ un verde che si sposa magnificamente con il cielo grigio e l’oceano incazzato che ostinatamente si infrange sulle rocce. Potrei rimanere un’eternità a contemplare quella fotografia stampata sull’iride, registrare l’incantesimo di quel fragile compromesso tra cielo mare e terra che.

Che  ti strappa il cuore per custodirlo sotto quell’erba accecante. Verde e vento.

Chiudendo gli occhi riesco ad immaginarmi con la barba rossa lunga e gli occhi liquidi dove galleggiano barche scure e gabbiani bianchi con sorrisi felici planare sui muscoli dell’oceano. Godo di un’energia senza confini nel guardare mareggiate irrispettose. Sembra tutto così naturale, senza artefici aggiunti, così giusto fermarsi, arrendersi dolcemente.

Un rifugio caldo sul promontorio dove i vetri non si sporcano e la voce tossica di Mark Lanegan condurti verso il dolce oblio.

Ascoltate con me Strange Religion ed eccitatevi.




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28 novembre 2008
dream

Ieri ho consegnato il mio sogno all’anagrafe dei sogni. Scritto di getto su un foglietto e infine appeso in una sorta di culla e nicchia insieme ad altri sogni. L’ho appeso bene in vista con una molletta, un bicchierino con chicchi di caffè. L’unico leggibile; credo che i sogni vadano condivisi, magari in particolari momenti, in particolari luoghi. Magari sussurrati.

Il mio parlava di mare vento caffè e panni stesi. Orizzonte. Cielo azzurro e profumo di movimento. Un sogno, desidero ad occhi aperti.
Non gli ho dato un nome per non inscatolarlo, definirlo.
Mi hanno consegnato il certificato di nascita. Spero di crescerlo bene.




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21 novembre 2008
Slipknot - Milano 18 novembre - Delirium Tremens

Dopo l’esperienza del concerto degli Slipknot, sono in grado di sopravvivere a qualsiasi missione di guerra, sia come incursore che come barellista da prima linea.
Già prima dei pazzi maniaci dello Iowa avevano pensato di cucinarci/addestrarci per bene i Machine Head, granitico quartetto di fabbri incazzati istigatori del Muro della Morte e del pogo più feroce.
Della prima band di supporto, i finnici Children of Bodom c’è poco da dire, musica per ragazzini brufolosi amanti dei giochi di ruolo. Noiosi.

Andando per ordine, il Palasharp di Milano è strapieno, lo si evince dal tappeto di bottiglie di birra e vino sparse davanti i cancelli. Brutto segno, ci sarà battaglia.
Nemmeno un buco sugli spalti, non resta che restare nella fossa dei leoni cominciando a prendere le misure di chi sta intorno. Anni di esperienza insegnano a scegliere i compagni di divertimento e rissa. Prima regola restare lontani da energumeni con la faccia da idioti già ubriachi che fissano il pavimento. Evitare anche quelli con la testa rasata e la cresta da gallo e diffidare pure da quelli che si mettono a petto nudo. Insomma a dirla tutta tolta qualche graziosa fanciulla temeraria che verrà travolta e centrifugata alla prima nota, rimane davvero ben poco.
Lo show dei pazzi mascherati inizia alle 21.15, la pressione e l’arsura nell’arena è al massimo, sono completamente fradicio è già stanco. Appena si spengono le luci ha inizio il massacro. Puoi sentirla l’energia e il movimento di tutti gli esseri umani stipati come tonni drogati. Partono le note psichedeliche di Iowa, si apre il tendone nero e come in una perfetta scenografia disegnata da Tim Burton compaiono come delle marionette curiose gli otto psicotici. Qualcuno prende posto al fondo del palco, altri si affacciano verso il pubblico con movimenti teatrali, il drummer Joey Jordison al posto delle mani esibisce dei rami secchi, stupenda la sua nuova maschera da Gesù Cristo in croce.
Tutta la scenografia è grottesca, i colori predominanti sono il rosso amaranto e l’argento, appesi qua è là dei nodi scorsoi stilizzati. Sta terminando l’intro di Iowa, pochi istanti è tutta l’energia muscolare trattenuta si spezzerà, non resterà che saldarsi a terra per salvarsi e infatti alla prima nota ultra compresa di chitarra succede il pandemonio.
Non sono nemmeno riuscito a capire e ricordare la prima canzone nell’intento di non cadere, ai piedi gi anfibi mi proteggono dai pestoni, ho tolto anelli e orologio, il mulinello vorticoso dal diametro dell’intero pozzetto ti risucchia, vedi solo luci e corpi che si aggrovigliano, rumore che ti schiaccia a terra, sudore e capelli lunghi che ti entrano in bocca, urla miste. Ho urlato anche io “lasciami bastardo” ma è come urlare nel vuoto cosmico. Se cadi significa quasi sicuramente qualche dito rotto.

Gli Slipknot sparano quattro pezzi veloci uno dietro l’altro senza sosta che significano circa venti minuti di puro delirio senza sosta. Sono riuscito a staccarmi e raggiungere una zona del pozzetto apparentemente più tranquilla. Ho visto il mio amico tuffarsi e sgomitare nella calca per i primi minuti poi sparire tra i corpi.

Ho sete e voglia di una birra ghiacciata, ma l’idea di attraversare il mare tipo fortunale mi fa preferire la disidratazione. In un raro momento di lucidità ti rendi conto della rappresentazione della decadenza umana nella sua forma artistica o presunta tale. Un concerto diventa l’occasione per soffermarti sul campionario eterogeneo di atteggiamenti e comportamenti umani borderline. Gesta di provocazione, di esibizioni muscolari e volgarità assortite. Gli insulti e le bestemmie sono sciorinate come preghiere, ho visto anche qualcuno cercare la rissa, far male. Anche le numerose ragazzine accorse (qualcuna pure con la mamma o il papà) sono sguaiate e nervose come non mi capitava di vedere da anni. Gli Slipknot sono evidentemente capaci di raccogliere e convogliare una rabbia giovanile meglio di qualsiasi elemento di aggregazione. In Italia non si può fumare nei locali pubblici, però in tanti fumavano di tutto in barba (non della legge) del rispetto del prossimo.

Tenerissimo invece un vecchietto con capelli lunghi bianchi e giubbotto jeans foderato di vecchie toppe. Lui se ne stava però sul primo gradino, chissà che cazzo avrà pensato di fronte ad una simile esibizione di decadenza umana.
Ma tornando allo spettacolo musicale offerto – durato un’ora e mezzo – occorre ammettere che gli otto yankees ci sanno fare, ottima tecnica e molto movimento sul palco. Poco comunicativi con il pubblico, fatta eccezione per il secondo cantante che ha passato il tempo a ricevere e restituire insulti di ogni tipo, sputi, scarpe e pestare con una chiave inglese sui fusti e tamburi. Onestamente preferivo il vecchio look, quello con le tute bianche e il codice a barre stampato sul retro, ma è solo un fatto di gusti.

Dell’ultimo lavoro in studio hanno suonato solo due pezzi, i due singoli lanciati, Psychosocial e Dead Memories. In scaletta Disasterpiece, BeforeI I forget, The Blixster exist, Spit it out, Prostethic, The Heretich Anthem, Get This etc
Per il classico bis, 515 e People=Shit. Chiusura con Sic, degno finale della rappresentazione di quanto di malato c’è stato in tutta la serata. Un “malato” sotto controllo. La musica come redini.

Distrutti, fradici, assetati, stravolti ma appagati ci attendeva un’ora di fila alle casse automatiche del parcheggio di Lampugnano. Fanculo all'organizzazione. L'insulto per loro è quello più sentito e sincero.
Ma che dire del porco (di Pescara) che ha ruttato per un'ora di seguito a squarciagola in mezzo alla fila? Controllare l'ulcera sicuramente...che schifo però, stanchi e chiusi in fila con quell'odore di acido...
Qualche ardito con fuori 2 gradi stava allegramente a petto nudo, io mi sono rifugiato in una squisita frittella bollente zeppa di zucchero.

Dopo tanta rabbia, un po’ di dolcezza, sintetica, ma pur sempre dolcezza.




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sentimenti
7 novembre 2008
Miti duri a morire

Tra un sorso di vino e l’altro la bottiglia di vino trentino è travasata nel mio stomaco, ergo scorre allegramente tra le vene senza rispettare le precedenze. I vini trentini e sud tirolesi hanno dei nomi strani, sembrano i nomi di locande dove la Gestapo si fermava a desinare tra una tortura e l’altra ispirati dal Dio Odino, ma se li traduci in italiano significano “Cantina da Sior Beppe”.
In effetti sono un po’ semi ubriaco ma almeno non sto guidando, colpa della musica di sottofondo di Guccini che mi manda fuori tempo, adesso mi schiodo dalla sedia e attacco i Ratos de Porao.
Che il vino assunto in dosi stechiometriche serva a chiarire i ragionevoli dubbi non v’è dubbio, tuttavia alcuni di essi persistono e s’insinuano tra la corteccia annegata nell’etanolo. Etanolo sicuramente, i vini semi tedeschi sono seri. Se facessi il test alcolemico mi ritirerebbero pure la tessera Arci.

Per esempio mi è sovvenuto in mente un libro di Milan Kundera dove raccontava del mito dell’eterno ritorno. Non so quale astruso meccanismo mi ha portato a ricordarmi di quel libro, mistero delle uve semi tedesche vere muse catalizzatrici di pensieri inconsci.
Nel mito dell’eterno ritorno si parla di “ex”. Di ex che non muoiono mai, che ritornano, che spaccano i coglioni, dico io.
Sono fiero di non aver mai tirato in ballo “ex” quando si trattava di ricominciare una relazione. E’ una questione di sensibilità, ma fondamentalmente ogni relazione è un viaggio differente con destinazioni, biglietti, scatti fotografici, sapori differenti.
Voglio dire, da parte mia non ho mai mischiato sapori differenti e confrontato mete diverse, negli ultimi anni invece mi sono dovuto confrontare malvolentieri con quel cazzo di mito tirato in ballo da fanciulle sceneggiate da Ibsen. Donne normali non ne incontro, ma a pensarci bene non esistono donne normali, ma non nel senso di “cos’è la normalità?” ma che le donne normali devono essere esistite prima dei dinosauri. Se le sono mangiate i dinosauri.
Come diavolo è che quelle che prediligo sono sempre quelle che devono dimenticare un ex, o vengono sifonate da un ex senza scrupoli che nei giorni dispari ne sifona pure un’altra?
Ha un grande fascino questo “idraulico”, più ricercato di un vero idraulico nel giorno di Natale.
Il finto idraulico colpisce anche senza interventi strutturali ai condotti, gli basta inconsapevolmente rappresentare “l’immaginazione dell’amore”. Poi può essere felicemente sposato, avere figli, essere addirittura morto, lei lo aspetterà convinta che lui comprenderà l’errore e tornerà (anche dall’oltre tomba).
I tempi del lutto amoroso delle donne sono più misteriosi e antichi delle piramidi di Giza, occorre scavare nel retroterra antropologico di quando portavano la coda, ma a pensarci bene chi cazzo te lo fa fare? Ho imparato che quando cominci a psicanalizzare una donna finirai con la camicia di forza o trascorrere il tempo a prendere appunti seduto mentre lei ti racconta di quando suo padre preferì la partita di calcio al suo saggio di danza. Tutta colpa del padre. Fanculo a tutti quei papà freddi o generatori del mito di Elektra. Una ex genovese mi disse che l’amore non è una pianta da giardino, e infatti presi l’inculata a freddo pure lì. Parole sante però.
Recentemente chiacchierando con un’amica ho sentito affermare frasi tipo “hai presente quando senti che LUI è l’uomo della tua vita dal primo momento che l’hai visto?”. Poi poco importa se l’altro (sempre l’idraulico) dice che non ha sentito nulla (ovvio si sbaglia) e che era solo una sifonata. Lui sarà l’uomo della vita (immaginaria) di lei e non la darà a nessun’altro sino a quando lui vivrà o avrà trovato il sosia costruito in laboratorio come la pecora Dolly. Potenza dell’immaginazione dell’amore o necessità di punirsi rendendosi patetiche? (Scherzo, anch’io ho un cuore)

Anni addietro una fanciulla dai capelli rossi dopo un’oretta di scambio di calore e numeri bulgari (e pure turchi) scoppiò a piangere con sensi di colpa nei confronti di lui, uomo sposato con prole che non poteva lasciare la moglie. Mica per me che le avevo preparato la cenetta e fatto trovare i fiori freschi. Rimasi nudo come un verme sul letto con la cappella che si sgonfiava mentre singhiozzando si rimetteva le autoreggenti e il perizoma.
Insomma c’è qualche anatema da pronunciare contro il mito dell’eterno ritorno?
Qualche settimana addietro dopo aver accompagnato a casa un’amica, sulla strada del ritorno non sto per investire in auto uno degli “idraulici”?? Merito dell’ABS della mia Lancia se non l’ho travolto sulla sua moto del cazzo mentre usciva da un portone senza dare precedenza.
Chissà che figura di merda colossale se lo mettevo sotto e si affacciava dal balcone colei che. Che cazzo potevo dire?
L’amore non c’entra un cazzo coi buoni sentimenti.




permalink | inviato da amphetamine il 7/11/2008 alle 9:42 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa
arte
4 novembre 2008
mani

Sono belle le mani della donne. Se ti fermi a guardarle non termini di scoprirlo o rendertene conto.
Mi piacciono quando frugano nella borsetta oppure quando cercano qualche carta o moneta all’interno del portafogli. Mi piacciono le donne con le borsette e i portafogli a soffietto, a dirla tuta mi piacciono le donne, come testimonianza speranza di un possibile mondo migliore.
Ieri mattina mentre giravo lo zucchero di canna nel caffè, appoggiato al bancone del bar il mio sguardo assonnato è stato catturato con la dolcezza di una carezza dai movimenti della mani di una ragazza che conosco di vista perché cliente del supermercato dell’ultimo acquisto. Cercava i centesimi giusti per pagare il cappuccino e i gesti delle dita erano così in armonia col profilo francese del suo naso e il leggero colore di rosa dato alle guance. Mi sono girato verso di lei impercettibilmente di pochi gradi, se ne è accorta e con la coda dell’occhio ha raccolto il mio garbo. Il garbo che occorre quando percepisci il momento nel quale sboccia un fiore. E’ solo un momento, unico che quel bocciolo non ripeterà mai più.
Ha portato il portafogli nella borsetta guardando in basso e salutando con un “ciao” il proprietario si è diretta verso la porta. Fuori dal bar si è girata per qualche istante verso di me. Uno sguardo in bilico tra la neutralità e la curiosità.
Recentemente sono stato “indotto” a vedere delle foto di un saggio di danza afro e nuovamente ho visto negli scatti fotografici tutta la seduzione delle mani anche quando non sono in movimento e un solo scatto è capace di farti comprendere come una donna è capace di amare e darsi ad un uomo o al mondo, così come è capace di rapportarsi con la danza. I movimenti morbidi verso il basso, verso la terra come per mantenere una sensibilità legata alla fertilità. Occhi chiusi. Lo so che stava godendo. Che sia stato quello ad avermi sedotto? Mani che spingono verso la terra…




permalink | inviato da amphetamine il 4/11/2008 alle 8:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
29 ottobre 2008
...secondo me
Quest’ultima generazione di governanti bastardi vuole costruire una tal generazione di cerebrolesi non pensanti dove l’uso delle cellule cerebrali deve asservire alla causa dell’obbedienza incondizionata, del consumo inutile, del trionfo dell’effimero, dell’intolleranza che garantisce e giustifica guerre e investimenti bellici.

Quei bastardi ragionano spinti dalle logiche del profitto, della privatizzazione selvaggia garantita da leggi costruite su misura a vantaggio della libera impresa (liberi di sfruttare e far soldi sulla pelle altrui, of course)

Diritto primordiale quale l’istruzione trattato come un lurido affare di borsa, nelle fondazioni ex università patrocinate dagli sponsor il revisionismo regnerà imperante, insegnerà e guadagnerà chi garantirà lavaggi del cervello e non prenderà posizioni antigovernative.

Poi toccherà alla Sanità sul modello dei democraticissimi yankee, così democratici da farti morire e fregarti se non hai l’assicurazione e i baiocchi giusti.

Che in Italia occorresse una riforma sull’istruzione lo sapevano anche i sassi, che portasse il nome di un ministro fantoccio che ha sostenuto l’esame di Stato in meridione prendendo la residenza a Reggio Calabria, fa ridere, un po’come quelli che vanno a Cosenza per sostenere l’esame di scuola guida per passarlo senza problemi.

Pensare che l’educazione di un bambino parti o passi per il maestro unico e il grembiule è veramente ridicola, roba dei tempi di Collodi e Pinocchio. I bambini di oggi comprendono bene le differenze e per loro il grembiule è solo un indumento per non sporcarsi il vestito e i genitori la differenza l’annusano ad occhi chiusi.

Il voto in condotta serve a un cazzo se non c’è in famiglia un autorevole rispetto e disciplina. Quando andavo a scuola io, chi aveva la condotta peggiore era figlio di genitori del quale si poteva ben dubitare del loro esempio educativo. Stessa pretesa e inganno della leva militare, dove doveva servire a raddrizzare alberi cresciuti storti. Se si è raddrizzato un albero (e come?) su cento direi che è stato un “esperimento sociale” fallimentare. Ho fatto il servizio civile, solo l’idea di farmi urlare ordini idioti nelle orecchie mi rendeva violento e sovversivo.

L’educazione deve partire dalla famiglia, ma se la famiglia per tirare a campare deve rincorrere il lavoro è più facile che perda di vista il figlio, perché sono richiesti turni e flessibilità particolari con stipendi indecorosi tutto a scapito della serenità familiare senza dimenticare le richieste consumistiche dei figli drogati dal sistema mediatico pubblicitario, insomma fare il genitore son cazzi amari. Inoltre se ci aggiungiamo le problematiche personali insite all’interno di una coppia che convive odiandosi perché il mutuo da pagare è insostenibile, la situazione diventa esplosiva e patetica.

Non che la disponibilità di quattrini metta al riparo da spiacevoli sorprese educative, di figli sbombazzati di noia e vizi e videogiochi e polvere bianca e violenza se ne vedono troppi.

Ergo, se le famiglie fossero meno egoiste e perseguitate, trascorrendo più tempo con i figli le cose andrebbero meglio, invece le madri oggi devono lavorare se non hanno un compagno con un buon reddito e anche in quel caso la donna spesso s’impone con il suo bisogno di emancipazione e indipendenza, l’amore del resto non è infinito (a parte gli irriducibili, ma quello forse si chiama pigra consuetudine)

Ci fossero genitori che allo stadio e in casa sono sportivi e che non cambiano cellulare ogni due mesi, capaci di ascoltare il partner e non viziare il figlio, tanto andrebbe per il meglio, giusto per fare due esempi stupidi ma significativi. E poi perché sempre gli slogan “portiamo le famiglie allo stadio”? ma portatele in teatro o in qualche laboratorio musicale, creativo!

Di questo non si sente mai parlare o se ne parla poco, del grembiule o del crocefisso sempre. Sono contrario a qualsiasi forma di insegnamento (lavaggio del cervello) pseudo religioso nei confronti del bambino. Crea superstizione. Sceglierà il ragazzo quando comprenderà di quali fede nutrirsi, quali risposte dare alle molteplici domande senza risposte indotte da maniaci sessuali in tonaca o genitori timorati di Dio e dogmatismi mortificanti l’intelletto. L’uomo deve crescere libero di essere curioso, rispettoso delle difficoltà altrui e sviluppare la vocazione attraverso gli strumenti necessari. Un bambino infelice sarà un genitore infelice che non comprenderà un cazzo del proprio figlio e così via. Creare o meglio riesumare modelli antichi (in realtà fumo negli occhi) non serve a un cazzo, l’Italia di oggi non è l’Italia di cento anni fa e l’Europa pure e il mondo anche, i poveri creati spingono, sono una marea, le barriere cederanno. Un po’ come i nostalgici (o i cretini meno vetusti) quando asseriscono “quando c’era Lui (i treni arrivavano in orario, nda)”.

Insomma la riforma necessaria deve partire da altri presupposti, una rivoluzione sociale collettiva che deve tener conto di tutti gli attori in gioco.

Per fortuna che doveva essere un governo che avrebbe aiutato le famiglie (e i single?)…

Ah già via l’ICI ai comuni e vai di autovelox e vigili sguinzagliati e doposcuola tagliati qua e là.

Però a sentir loro ogni decisione che sostengono è sempre suffragata dal legittimo voto che hanno dato gli italiani alle ultime consultazioni popolari, anche se non rientrava nel programma…insomma in Italia basta farsi eleggere, poi puoi pisciare sulla schiena di chiunque e dir loro che sta piovendo…alla mal parata ci sono sempre i sondaggi e i telegiornalai di regime.

Se avessi un figlio da mandare a scuola lo consiglierei di diffidare del grembiule. “A scuola ci vai con la T-shirt di chi cazzo vuoi tu e se ti sporchi si lava e se il preside dice qualcosa viene papà fare due paroline”

Ho un conto aperto con i presidi che mi davano del terrorista per via dei capelli lunghi a diciassette anni.




permalink | inviato da amphetamine il 29/10/2008 alle 8:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (6) | Versione per la stampa
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